Ormai non passa un giorno senza notizie drammatiche sul settore automotive europeo, con annunci di crisi che colpiscono duramente colossi come BMW, Volkswagen, Stellantis e Schaeffler.
Queste difficoltà pongono una domanda centrale: come passare all’auto elettrica mantenendo prezzi accessibili e posti di lavoro in Europa?
L’Unione europea deve conciliare tre obiettivi:
- proseguire verso il superamento delle vendite di nuove auto a motore a combustione interna,
- rendere le auto elettriche accessibili ai cittadini,
- preservare l’occupazione nel settore.
Nelle attuali condizioni di costo e competitività, raggiungerli tutti insieme è difficile. Privilegiarne due può mettere sotto pressione il terzo. È una situazione che possiamo definire un “trilemma”.
PRIMA IPOTESI: AUTO ELETTRICHE + ACCESSIBILITÀ, MA PERDITA DI OCCUPAZIONE
Se l’Europa punta sulla transizione verde e su auto elettriche a prezzi accessibili, una maggiore apertura alle importazioni a basso costo, soprattutto dalla Cina, può favorire entrambi gli obiettivi. I consumatori avrebbero più possibilità di acquistare un’auto elettrica, ma la maggiore concorrenza potrebbe sostituire parte della produzione europea, mettendo a rischio imprese e posti di lavoro.
SECONDA IPOTESI: AUTO ELETTRICHE + OCCUPAZIONE TUTELATA, MA NON ACCESSIBILITÀ
Se invece l’Europa vuole portare avanti la transizione verde e proteggere la produzione interna, può ricorrere a dazi, sussidi e obblighi di utilizzare componenti europei. Queste misure, però, hanno un prezzo. Limitare le importazioni di batterie meno costose o imporre che siano prodotte in Europa può aumentare il costo dei veicoli. Gli incentivi pubblici possono contenere il prezzo pagato dagli acquirenti, ma trasferiscono parte della spesa ai contribuenti.
TERZA IPOTESI: ACCESSIBILITÀ + OCCUPAZIONE, MA CON MENO AUTO ELETTRICHE
Una terza possibilità è rallentare la transizione, consentendo più a lungo la vendita di nuove auto a combustione interna. L’obiettivo sarebbe mantenere sul mercato veicoli accessibili e sostenere le attività produttive esistenti. Questa scelta potrebbe concedere tempo ad alcune imprese, ma indebolirebbe gli obiettivi climatici. Inoltre, non garantirebbe la sicurezza dei posti di lavoro nel lungo periodo: se la domanda mondiale si spostasse sempre più verso l’elettrico, difendere le tecnologie tradizionali potrebbe lasciare l’industria europea meno preparata.
LA PROPOSTA BRUEGEL
Un policy brief di Bruegel affronta tensioni simili, proponendo di accompagnare il cambiamento, aiutando l’industria europea a diventare competitiva nella produzione di auto elettriche accessibili.
La strategia proposta punta anzitutto a fornire alle imprese un quadro stabile: sapere che l’UE continuerà a muoversi verso l’auto elettrica consente di programmare gli investimenti in nuovi modelli, fabbriche e batterie. Cambiare ripetutamente gli obiettivi può invece spingere le aziende a rinviare queste decisioni. Il policy brief propone inoltre di accogliere investimenti esteri, anche cinesi, quando contribuiscono alla produzione in Europa e allo sviluppo di competenze e capacità tecnologiche locali (quindi non stabilimenti di puro assemblaggio in stile maquiladora messicana).
Allo stesso tempo, il policy brief sconsiglia di imporre obblighi eccessivamente rigidi sull’uso di componenti europei. Se una batteria prodotta nell’UE costa più di una importata, obbligare un costruttore a utilizzarla può rendere più cara l’auto e rallentarne la diffusione. La proposta è quindi rafforzare la capacità produttiva europea mantenendo la possibilità di acquistare all’estero componenti competitivi.
Il documento ammette anche protezioni temporanee per dare alle imprese il tempo di adattarsi. Una possibilità sarebbe negoziare con la Cina un accordo che preveda limiti temporanei alle esportazioni verso l’UE, condizioni sugli investimenti e sull’accesso a materie prime e componenti essenziali.
UNA STRATEGIA CHE FUNZIONEREBBE?
Quanto è realizzabile questa strategia?
Energia meno costosa, formazione, infrastrutture di ricarica e investimenti possono aiutare, ma richiedono tempo e resta poi il problema di chi paga tra Stati membri e UE.
Affidarsi agli aiuti di Stato favorisce i paesi con maggiori risorse pubbliche.
Un finanziamento comune a livello UE potrebbe ridurre questi squilibri, ma richiederebbe un accordo non facile, dato lo stato delle negoziazioni sul nuovo Quadro Finanziario Pluriennale. Nel frattempo, i concorrenti continueranno ad innovare.
Le proposte di Bruegel indicano quindi una strada plausibile verso una transizione sostenibile, ma nel breve periodo comportano costi da distribuire tra imprese, acquirenti e contribuenti, garantendo al contempo sostegno ai lavoratori più esposti.
A complicare il quadro è la governance della transizione, che richiede di coordinare decisioni prese a livelli diversi. Le regole sulle emissioni e la politica commerciale si definiscono a livello UE, mentre molti incentivi e interventi a sostegno dei lavoratori dipendono dai governi nazionali.
Il settore automobilistico può diventare così un caso paradigmatico dei limiti di un’integrazione europea incompleta.