NELLA COMMUNICATION WAR DI ISRAELE IL MESSAGGIO NON CAMBIA: È MINACCIATO, INGEGNOSO, IMPLACABILE

Antonio Belloni Intelligence e geopolitica
Per recuperare terreno nella comunicazione, Israele può usare il docufilm Paging Hezbollah in uscita il 30 ottobre, le immagini del 7 ottobre e la quinta stagione della serie Fauda.
Sintesi: Mentre la sua reputazione internazionale peggiora, Israele dispone di tre racconti che, pur presentandosi separati, possono rafforzarsi in un’unica linea narrativa: la memoria della violenza subìta, la rappresentazione di una vulnerabilità permanente e la dimostrazione di una capacità straordinaria di colpire. Insieme, insistono su un’immagine familiare, positiva ma terribile: un Paese minacciato, ingegnoso e implacabile, che spesso presenta l’attacco come una necessità difensiva.

«Come ti è venuto in mente di portare un cellulare? Per colpa tua ci sarà un drone sopra di noi. Non capisci che dobbiamo sparire!? Questo vuol dire niente cellulari, niente Internet…niente!»

Le parole sono del capo di Hamas nella West Bank Abu Samara, e anche se è un personaggio inventato per la serie Netflix Fauda, sembrano profetiche.

Il 30 ottobre, infatti, nelle sale statunitensi uscirà il docufilm Paging Hezbollah, che già dal titolo lascia presagire un significato doppio e provocatorio: chiamare Hezbollah con il cercapersone, in inglese pager, oppure, più minacciosamente, mandare un messaggio a Hezbollah.

LA CARICA NARRATIVA DELL’OPERAZIONE PAGER

Con la regia di Justin Folk e la sceneggiatura di John Miller-Monzon e Justin Folk, il documentario racconta un’operazione del servizio segreto israeliano tra le più laboriose. 

L’intelligence ha progettato, ingegnerizzato e venduto all’organizzazione libanese sistemi di comunicazione che ha poi fatto esplodere a distanza.

E quale valore comunicativo può avere raccontarlo proprio oggi, a due anni di distanza?

Le operazioni di intelligence complesse e dal risultato sorprendente hanno un grandissimo potenziale narrativo, spesso capace di superare la dimensione operativa: possono diventare storie affascinanti ed emblematiche, che magari raccontano dettagli inediti e durano nel tempo.

Basti pensare che quando le parole di Abu Samara andarono in onda su Netflix, in uno dei primi episodi della seconda stagione di Fauda, era appena il 2018; ma era già in corso il progetto di infiltrazione dei walkie-talkie esplosivi che precedette l’operazione dei pager made in Mossad.

C’è però una domanda più complessa, che costringe a interrogarci sulla diffusione e sul possibile utilizzo del docufilm sui pager a fini comunicativi.

Come utilizzarlo?

IL CONTESTO DELLA COMMUNICATION WAR

Il risultato operativo e tattico dell’azione pager è evidente.

Ha prodotto morti e feriti, anche civili, e ha soprattutto aperto un varco fisico nella sicurezza dell’organizzazione paramilitare libanese (parleremo in un altro articolo dell’infiltrazione nella supply chain dei pager…).

Era il 2024, ma ribadire e maneggiare il suo messaggio proprio oggi può tornare utile, e significa inserirsi in un momento particolare per l’immagine di Israele.

In questo nuovo contesto, infatti, l’indebolimento della catena di comando di Hezbollah passa in secondo piano, dato che, ora più di prima, Israele ha nemici e detrattori che oltrepassano i confini del Libano.

Se caliamo il Paese nel milieu della comunicazione e valutiamo le armi utilizzabili in questo teatro intangibile, possiamo infatti raccogliere alcuni elementi rilevanti.

«La gente ci odia di nuovo» dice lo stand-up comedian israeliano Yohay Sponder, in uno dei suoi spettacoli più virali, e lo fa cercando l’esagerazione ad effetto per strappare una triste risata, che comunque arriva.

Ma tocca una ferita sanguinante. Perché la posizione comunicativa del Paese ha almeno 4 punti di debolezza concreti ed evidenti:

  • in un sondaggio di Pew, nella maggior parte dei 36 Paesi esaminati nel 2026, la maggioranza degli intervistati esprime un’opinione negativa su Israele;
  • il 55% degli intervistati nell’UE da Eurobarometer nel novembre del 2025 considera l’antisemitismo un problema nel proprio Paese, e il 47% ritiene che sia aumentato negli ultimi cinque anni;
  • il sostegno al Paese è in diminuzione dopo la serie di attacchi a Gaza (in particolare negli Usa, tra i votanti democratici e i giovani, fonte Brookings 2025);
  • la reputazione e la credibilità sono minate dalla diffusione delle allerte, a quanto pare ignorate, dell’imminente attacco del 7 ottobre (ci torneremo in un altro approfondimento).

Quindi, cosa può raccontare di sé un Paese che oggi più di ieri è visto come antipatico, brutto e cattivo? E come può farlo?

IL MESSAGGIO È INVARIATO

Chi si aspetta novità sorprendenti su questo fronte andrà incontro a una delusione: l’immagine che sceglie di dare di sé, quella di cui dispone, non è cambiata nel tempo.

Ed è difficile cambiarla.

Il messaggio è invariato: è un Paese minacciato ma ingegnoso, implacabile e soprattutto – anche per ragioni geografiche – intenzionato a presentare l’attacco come un’efficace modalità per difendersi.

Anzi, quest’ultimo elemento del messaggio insiste su un aspetto molto cinico e che sembra utile a giustificare ogni azione di forza preventiva ed espansiva: guadagnare spazio – profondità strategica, direbbero gli esperti di geopolitica – significa accumulare “deterrenza territoriale”, la leva negoziale con cui affrontare ogni futuro accordo, che spesso si traduce in una cessione di territorio.

La rappresentazione di questa capacità di penetrazione geografica, per un Paese che si espande e si restringe come una fisarmonica, fa rima con un’altra capacità. Quella di lasciare un segno profondo nella psicologia del nemico: si vendica di chi gli fa male, ovunque esso sia.

Implacabile significa anche vendicativo.

Come era vendicativo il messaggio che passava nel film Munich di Steven Spielberg del 2005 e riassumeva l’“Ira di Dio”, operazione con cui il Mossad diede la caccia alle persone ritenute coinvolte nell’attentato terroristico messo in atto da Settembre Nero durante le Olimpiadi di Monaco del 1972.

Ingegnoso significa anche intelligente; l’inglese smarter than others rende meglio l’idea…

C’è infatti un’immagine da recuperare e ribadire, soprattutto dopo l’attacco a sorpresa del 7 ottobre che ha messo in dubbio le capacità di intelligence (anche questo è un argomento su cui torneremo…).

E c’è uno spazio comunicativo da riconquistare in materia di innovazione, che va ben oltre il Paese del latte e del miele, dei mandarini Orri, della medicina avanzata e delle tecniche di gestione idrica sviluppate in un contesto di sfortunata siccità.

Il documentario sui pager può infatti essere maneggiato per tornare a raccontare una superiorità tecnologica invidiabile, utilizzabile in modo muscolare e capace di spostarsi avanti e indietro, sia nell’high tech sia nel low tech (i pager sono strumenti semplici).

Ma se il messaggio è invariato, anzi insiste sugli elementi consueti, chi sono i destinatari?

I DESTINATARI PSICOLOGICI E MULTIPLI

Scrivere la strategia di comunicazione del Paese partendo dalla definizione dei destinatari del suo messaggio è un compito molto impegnativo.

La catalogazione geografica di vicini e lontani si sovrapporrebbe subito a quella diplomatica di amici e nemici, che per esempio vedrebbe alcuni Paesi stare in una e nell’altra posizione.

E anche la tassonomia nazionale che distinguerebbe tra interni ed esterni (dentro e fuori dal Paese) si intreccerebbe con appartenenze nazionali, culturali e religiose, che ne attraversano i confini.

La definizione dei destinatari forse più interessante, ma anche azzardata e ambigua, potrebbe essere quella psicologica.

Risponderebbe alla volontà di mettere da una parte quelli già convinti del messaggio (Israele è intelligente, implacabile, espansivo per necessità). E dall’altra gli scettici, i complottisti e i timidi. Fregandosene dei concetti di giusto e sbagliato.

In un’intervista del 2024, lo psicologo clinico Ofer Grosbard, consulente della Research Division dell’Israeli Military Intelligence (Aman) due anni prima dell’attacco del 7 ottobre, si è espresso così sul tratto psicologico di una parte dei cittadini del Paese: «molti credevano che gli aiuti economici avrebbero placato Hamas, perché presumevano che tutti cercassero una vita migliore».

Dunque, il terreno più accidentato, anche e soprattutto nel campo della comunicazione, resta quello della comprensione del nemico.

E se allora decidiamo che il destinatario della campagna di comunicazione è il nemico, di chi si tratta esattamente?

Una percezione accomuna destinatari diversi, difficili da circoscrivere geograficamente, politicamente o religiosamente: Israele è un Paese violento, crudele e vendicativo; e il film NAZA, nella lettura comunicativa qui proposta, dà voce a questa rappresentazione.

Ma di fronte a queste sfaccettature, Israele sceglierà di rispondere che è un Paese buono?

Oppure di replicare mostrando la legge del taglione – occhio per occhio, dente per dente – ovvero un messaggio più violento e per questo più comprensibile e affidabile per i Paesi con le culture più tradizionali descritte da Grosbard nel suo libro The Evolution of Thinking?

Ed è qui che spunta la seconda arma utilizzata in questo contesto complesso: da qualche settimana, intorno alla data dell’anniversario del 7 ottobre, circolano sui social media immagini crude, anche inedite, tratte dalle registrazioni delle bodycam indossate dai terroristi che sferrarono l’attacco.

È una tattica chiara: invece di dire «Israele non è crudele, ma buono» si preferisce mostrare la crudeltà del nemico.

Funzionerà? E chi deciderà se cambiare strategia?

CHI È IL MITTENTE

Se è difficile scegliere con precisione i destinatari della strategia di comunicazione di Israele, è altrettanto complicato pensare a una regia precisa e univoca dietro a queste possibili scelte.

Anche l’uso comunicativo della serie TV Fauda, pur legata a eventi precisi, può andare oltre le singole vicende raccontate e consolidare uno sfondo percettivo importante.

A proposito, a settembre, dopo l’uscita della quinta stagione, Fauda ha raggiunto il primo posto nella classifica Netflix in Libano, ottenendo buoni piazzamenti anche negli Emirati Arabi Uniti e in Giordania.

Dunque, più che veicolare messaggi puntuali, Fauda sembra invece utile a fissare, nella psicologia collettiva di una parte del Paese e anche dei nemici o di chi può cambiare opinione, l’idea di uno stato costante di allerta e paura.

Disegna un paesaggio in cui la deterrenza, la risposta e l’attacco violento non sono che la logica reazione a una violenza subìta, anche se ipotizzata, o anche solo intuita, grazie a qualche pezzo di intelligence.

Un’intelligence che da sempre sceglie di colpire, non solo di prevenire. Anche sotto gli occhi di intelligence occidentali più timide, e forse anche invidiose di tutta questa libertà d’azione.

Tornando ai messaggi: se il documentario dei pager cerca di recuperare e ristabilire l’idea di un Paese all’avanguardia, ingegnoso e implacabile, e se le immagini inedite del 7 ottobre normalizzano il ricorso alla violenza mostrando quella del nemico, Fauda invece prepara il terreno per colpire, raccontando una vulnerabilità permanente.

Sono tre armi a disposizione di Israele per la sua guerra della comunicazione, e non hanno bisogno di una regia comune per dimostrare qualcosa di coerente o unirsi in un’unica linea narrativa.

Giuste o sbagliate, sono quelle a disposizione. E testarne l’efficacia, al netto delle elezioni e dei leader e dei protagonisti in campo, rimane un lavoro complesso e lungo.