POTERI (europei) SOTTOVALUTATI: INVECE DI RICREARLA, REGOLARE L’AI E GUIDARE L’USO QUELLA ESISTENTE

Stefano Riela Economia e strategia
La via europea verso l’AI è stretta, ma contiene un’opportunità non considerata: spesso normare significa avere un ruolo decisivo, anche perché la tecnologia produce ricchezza quando qualcuno riesce ad usarla bene.
Sintesi: La metafora triste e che le attribuisce un ruolo laterale è sempre questa: gli Usa innovano, la Cina copia, e all'Europa non resta che il compito marginale di scrivere le norme. Ma quello dell'arbitro è un ruolo sottovalutato: consente di incidere sulle regole del gioco, formare ed informare, influenzare l'utilizzo. Pare che a Milano se ne siano accorti (vd. Biffi - Assolombarda).

«Gli Stati Uniti innovano, la Cina copia, l’Unione europea regolamenta».

Probabilmente questa battuta è obsoleta guardando ad una Cina che copia di meno e innova di più.

Tuttavia, in Europa si fa di tutto per rafforzare la nostra reputazione: GDPR, Digital Markets Act, Digital Services Act, Artificial Intelligence Act. Una collezione di sigle che racconta l’ambizione di governare la rivoluzione digitale, mentre facciamo più fatica a esserne protagonisti.

La tentazione di mettere il carro delle regole davanti ai buoi dell’innovazione altrui ha anche acceso lo scontro con Washington. L’UE, però, fa un vanto della propria capacità di regolamentare in quanto i diritti degli individui, la protezione dei dati, la sicurezza, e la concorrenza meritano massima attenzione.

Il problema comincia quando la soddisfazione per le regole sostituisce la domanda su come creare innovazione e ricchezza.

L’Europa aveva provato a cambiare passo già nel marzo 2000. Con la strategia di Lisbona si proponeva di diventare, entro il 2010, l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica al mondo. Siamo nel 2026 e continuiamo a cercare la ricetta per una Silicon Valley europea.

Ventisei anni sono parecchi, persino per i tempi di Bruxelles.

Uno degli ostacoli è un sistema finanziario ancora frammentato lungo i confini nazionali, che fatica a trasformare il risparmio disponibile in capitale per le imprese innovative. Il rapporto Letta del 2024 ha rimesso la questione al centro dell’attenzione.

Qualcosa si muove: il 9 ottobre 2026 il Consiglio dell’UE ha raggiunto un accordo politico sugli elementi principali della propria posizione negoziale per nuove misure d’integrazione. Ma tra un accordo e un mercato europeo dei capitali davvero funzionante c’è ancora strada.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e il problema si è ripresentato con ancora più forza.

La corsa ai modelli di frontiera si gioca soprattutto tra Stati Uniti e Cina. Affidare a Mistral tutte le speranze di riscatto europeo significa caricarla di una missione che nessuna startup dovrebbe ricevere insieme al primo finanziamento.

Su questo sfondo, Ursula von der Leyen ha proposto un ragionamento interessante. Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre 2026 ha osservato che, per ottenere il massimo valore da una tecnologia, non occorre necessariamente esserne gli inventori.

L’opportunità europea sta anche nel portare l’AI nelle fabbriche, negli ospedali, nei trasporti e nell’agricoltura.

Possiamo leggere questa posizione come un salutare bagno di realtà.

Una tecnologia produce ricchezza quando qualcuno riesce a usarla bene:

  • per ridurre gli scarti,
  • progettare un prodotto migliore,
  • organizzare la logistica,
  • velocizzare un processo.

Anche questa è innovazione e richiede competenze tutt’altro che banali.

Forse è l’occasione per smettere di inseguire unicorni da coccolare con programmi speciali e aiuti di Stato pagati dal solito Pantalone. Il denaro pubblico può sostenere la ricerca e le infrastrutture, ma dovrebbe avere obiettivi verificabili, scadenze e criteri di uscita. La nazionalità di un’impresa, da sola, non garantisce che meriti un assegno.

In questo scenario si inserisce la proposta di Alvise Biffi, Presidente di Assolombarda che ha celebrato la sua assemblea annuale il 12 ottobre scorso, di rendere il Quadrilatero Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia «un punto di riferimento sulla scena internazionale, al pari della Silicon Valley».

Il terreno scelto è quello della physical AI: l’intelligenza artificiale che interagisce con il mondo fisico attraverso i sistemi produttivi fatti di macchine e robot.

Gli ingredienti dell’ecosistema sembrano quindi esserci tutti:

  • università,
  • centri di ricerca,
  • imprese,
  • start-up,
  • infrastrutture digitali e investitori.

Bisogna metterli nelle condizioni di lavorare insieme. E affrontare i problemi materiali: energia, reti, autorizzazioni e localizzazione dei data center per dare una risposta costruttiva alla cosiddetta sindrome NIMBY.

Alvise Biffi, sempre in occasione dell’assemblea di Assolombarda, ha richiamato proprio un Patto per il rilancio del governo metropolitano, già promosso con le associazioni datoriali e i sindacati. Potrebbe diventare la sede per assumere impegni concreti in materia di infrastrutture, formazione e lavoro, coinvolgendo i cittadini prima che i progetti si trasformino in scontri sul territorio.

In questo quadro si inserisce anche la proposta di AmCham Italy di candidare Milano a ospitare una futura struttura di coordinamento sotto l’egida delle Nazioni Unite dedicata alla governance dell’AI. L’Unione europea farebbe bene a sostenerla.

Per Milano, che nel 2017 vide sfumare al sorteggio l’assegnazione dell’EMA post-Brexit a favore di Amsterdam, sarebbe una nuova occasione internazionale.