LE NUOVE REGOLE DI UN MONDO DIVERSAMENTE GLOBALIZZATO: CI SONO I PARTNER E I (finti) NON PARTNER

Antonio Belloni Politica
Ora il criterio per scegliere i partner economici e commerciali è la distanza geopolitica. Non più la convenienza e nemmeno la crescita. E chi non lo rispetta?
Sintesi: Altro che Bric's. Il mazzo di carte da cui scegliere amici e nemici economici e finanziari è finito. Bisogna mischiare le carte di nuovo per cercare un nuovo network a cui vendere e da cui comprare, dove investire o a cui chiedere denaro. O almeno, queste sono le regole ufficiali. Poi, sotto sotto c'è chi bara. Come sempre.

Su questo pianeta non-più-così-globalizzato la confusione regna sovrana.

Ogni paese, salvo rare ed interessanti eccezioni, è alla ricerca di nuove amicizie, e basate non più sulla di loro crescita economica, quanto piuttosto sulla prossimità geopolitica ad esso.

Per capire il fenomeno serve però uno schema interpretativo diverso da quello fin qui utilizzato, non più utile allo scopo. E conviene partire proprio da quest’ultimo per capire meglio cosa stia cambiando e perché.

I BRICs OVVERO IL PRINCIPIO DELLA CRESCITA

È il 30 novembre del 2001, da quasi tre mesi sono cadute le Twin Towers.

Il capo della ricerca economica globale di Goldman Sachs Jim O’Neill, poi presidente di Goldman Sachs Assett Management, di Chatham House e Ministro britannico, sta per premere il pulsante “pubblica” su un report che semina in profondità l’acronimo BRICs.

La pianta cresce, poi viene più volte potata e raddrizzata. Ci sono alcuni paesi (Brasile, Russia, India, Cina) con potenzialità così grandi in termini di Pil e demografia da poter guidare la globalizzazione futura fino a diventarne i nuovi padroni. E vanno avvicinati.

Il concetto ha tanto attecchito che negli anni a venire sono stati classificati con un acronimo anche altri paesi emergenti, e sempre con l’idea di portarli nei radar di investimenti e produzione, commercio e poi relazioni politiche (l’idea originaria era l’inclusione nel G7).

Se ora provassimo a ri-leggere tutto ciò con le lenti della geologia, potremmo dire che i BRICs erano la tettonica delle zolle crostali, i continenti che si muovono, e la globalizzazione è stato il motore che li ha mossi, quindi il nucleo incandescente della terra.

Ma la forza di gravità, l’energia primaria di tutto il sistema, quale parte ha preso in questa metafora economico-geologica?

Quella della crescita economica.

È la crescita delle economie nazionali il principio che ha orientato e mosso le dinamiche globali. A cui ora serve un altro schema, perché è destabilizzato da reazioni quali embarghi e muri, sanzioni e limitazioni della circolazione di capitali, persone, prodotti.

Il paradigma secondo cui bisogna diventare amici di chi cresce e si arricchisce è mutato, addirittura capovolto. E per quale motivo?

IL BISOGNO DI SICUREZZA POLITICA

La lista di eventi che tra il 2002 ed oggi possono aver causato queste reazioni è lunga. Ci sono il Covid19 e l’inflazione, la guerra in Ucraina e la frizione crescente tra Usa e Cina, la crisi finanziaria ed economica e la guerra al terrorismo, solo per dirne alcuni.

E di tutta la ricetta è molto facile mischiare la causa con gli effetti.

In ogni caso, questo rosario di ragioni porta ad un ribaltamento dello schema: non si tratta più di riconoscere le nuove superpotenze economiche del pianeta per intercettarle, fare affari e prosperare con loro, quindi costruire con loro rapporti politici (l’idea dietro ai BRICs).

Le superpotenze sono ora ri-considerate al loro stato originario di semplici superpotenze, senza il bisogno di definirle “economiche” per pesarne l’influenza sugli altri paesi. Grandezza territoriale, Pil e demografia sono stati alcuni degli elementi che le hanno rese grandi.

Ma ora si riscopre il peso della politica.

È infatti il bisogno di sicurezza il criterio nuovo con cui i paesi si orientano nelle dinamiche globali. Oggi la necessità di fare affari è subordinata a quest’ultimo; quindi, i legami economici sono sì da ricercare, ma devono sottostare ad altri obblighi.

Ed il più importante è evitare il rischio politico. Vanno schivate le relazioni che creino dipendenza da partner commercialmente inaffidabili o politicamente pericolosi. Ecco il perché della pressante diffusione del concetto di de-risking tra le grandi aziende.

La globalizzazione, scrive Elisabeth Braw nel suo recente libro Goodbye globalization (Yale University Press 2024) non è più quella condizione armoniosa di affari globali che si respirava all’inaugurazione dei giochi olimpici di Beijing del 2008.

LA GRANDE RIORGANIZZAZIONE

Se dunque la politica ha ristabilito il suo primato sull’economia – l’ha sempre fatto e la globalizzazione vera, per alcuni, non si è mai completamente realizzata – lo fa con azioni che chiamavamo protezionismo, ed ora possiamo chiamare capitalismo di stato.

Ne possiamo elencare alcune:

  • il monitoraggio attento degli investimenti in uscita dal proprio paese, verificandone il paese di destinazione ed il passaporto dell’impresa di destinazione;
  • l’applicazione di regole coercitive o anti-coercitive, di tariffe che puniscono o contro-puniscono chi le applica con criterio ri reciprocità;
  • il controllo delle attività rilevanti per la sicurezza, allargandone il perimetro (non solo gli armamenti ma alle tecnologie, non solo alle infrastrutture ed i porti ma anche ai cibi, come il grano, alla sanità ed alla farmaceutica);
  • l’intervento in operazioni finanziarie che possono avere come oggetto il controllo da parte di paesi ostili (Russia o Cina) di aziende iper-globalizzate, come l’automotive e le banche.

Secondo la nuova linea, da questi vincoli politici si disegnano i percorsi economici, perciò, ad ogni paese serve un nuovo network. Ed il Presidente e Ceo di JPMorgan Chase & Co. Jamie Dimon si è espresso proprio così: ogni paese sta rivedendo la propria rete.

Questa grande riorganizzazione dei rapporti con gli altri, prima politici e poi commerciali, premia i paesi così come le aziende che si riposizionano meglio, e punisce chi conserva o non riesce a liberarsi da rapporti economici ora pericolosi o sconvenienti.

Ecco perché la Germania, ma non solo lei, ha pagato cari i suoi rapporti, ancora stretti, con la Cina; e negli anni recenti è stata svantaggiata o osteggiata in ogni suo tentativo di stringere relazioni troppo forti con la Russia (vd. North Stream).

LO SCENARIO LIQUIDO E LA DISTANZA GEOPOLITICA

Qual è allora il nuovo campo da gioco?

Il riposizionamento selettivo dell’economia in chiave politica fa pensare, come scritto su l’Economist, a due soli modi per accorciare la distanza geopolitica del commercio globale: o si fanno più affari con gli amici, oppure si trovano più amici con cui fare affari.

Ma poiché non tutti i rapporti si possono cambiare o recidere, e ci sono comparti o prodotti a cui non è possibile rinunciare, come nel caso dei prodotti per la transizione green e i microchip a controllo asiatico, si va formando uno scenario liquido, con rapporti ibridi.

Da una parte si consolida una dark globalization – per altro sempre esistita – sotterranea ed invisibile, che aggira embarghi e sanzioni passando per paesi trasversali per raggiungere quelli ufficialmente banditi.

E dall’altra, come ha scritto il Direttore della CIA William J. Burns, si dispiega una strategia di diversificazione dei paesi medi volta a massimizzare le proprie opzioni. Sempre più orientata verso la costruzione di relazioni “aperte”, chiamiamole it’s complicated.

Per capire il nuovo schema di gioco dovremmo osservare proprio il comportamento di questi paesi secondari, da una parte ligi e proni alla politica cinese oppure americana, ma dall’altra pronti a fare affari con la parte avversa.

È sempre grande l’interesse per chi esce dagli schemi. Materia in cui il nostro paese ha da insegnare.