La provocazione di “bombardare l’Iran con i tablet” è attribuita al famoso e discusso scrittore indiano Salman Rushdie e sembra riferita ad una intervista fattagli nel 2012, periodo in cui il web sbocciava in tutta la sua potente promessa di libertà.
In quel tempo, usare la metafora del tablet era un modo per sventolare la comunicazione digitale come arma capace di superare i confini fisici, quelli politici e geografici. Ed era la suprema essenza della globalizzazione informativa.
Chiunque può ottenere informazioni su tutto è il suo concetto centrale, ed è stato ben espresso da una pubblicità di un operatore telefonico di qualche anno fa con la dichiarazione everything, everytime, everywhere.
Mai nominati nella triade puramente economica delle libere circolazioni della globalizzazione – merci, capitali, persone – anche i media avrebbero potuto benissimo esservi inclusi: libera circolazione di informazioni, di contenuti, di notizie.
Ma è ormai giusto usare il tempo verbale imperfetto, dato che emergono da più parti del mondo embarghi informativi capaci di porre fine ai pochissimi anni di libertà informativa globale effettivamente vissuti.
EMBARGHI INFORMATIVI
Se mai veramente lo sia stato, infatti, il mondo informativo di oggi non è più piatto.
Facciamo qualche esempio delle separazioni in corso:
- la Turchia ha temporaneamente bloccato l’accesso ad Instagram dei suoi cittadini, perché la piattaforma ha bloccato i post di condoglianze per l’uccisione del capo politico di Hamas;
- in Cina vige un sistema di censura ormai noto, il Great Firewall, capace di impedire l’accesso a contenuti sensibili su religione, politica, salute, diritti umani, e le piattaforme digitali estere sono bandite;
- in Iran sono bloccati social media come X e Facebook e ci sono restrizioni sui giornalisti stranieri e sulla pubblicazione di informazioni estere;
- sono ormai noti i blocchi in Russia, tra cui uno recente contro 81 media informativi europei.
Non si tratta di una de-globalizzazione informativa univoca, che include anche Myanmar, Corea del Nord e Venezuela, perché è anche l’Occidente ad esercitare embarghi, restrizioni e blocchi.
Il più recente è del Consiglio dell’Unione Europea, contro qualsiasi attività di trasmissione dei tre media russi Ria Novosti, Izvestia e Rossiyskaya Gazeta, bollati come reti di propaganda del Cremlino.
DALLA LIBERAZIONE AL CONTROLLO
L’esperto di media Andrey Mir scrive su Big Think che negli anni ’90, la libertà di navigare e informarsi ha interrotto l’omogeneità dell’agenda informativa dominante. Per la prima volta, le persone hanno acquisito il controllo su ciò che appariva sui loro schermi.
Con la Caduta del Muro, o nelle sue circostanze, siamo dunque passati ad un mondo informativo in cui chiunque influenza chiunque.
Ma la promessa di libertà offerta dai media internazionali, soprattutto digitali, e più di recente dai social media, è stata davvero mantenuta? Possiamo riconoscerne le buone intenzioni, ma non i buoni esiti.
Lo Stato ha infatti deciso di riprenderne il controllo. E possiamo ipotizzarne due ragioni, una contingente e l’altra molto profonda e consustanziale al suo ruolo nella gestione della propria potenza.
1. Lo fa per rispondere alla disinformazione o per praticare la guerra informativa, minacciosa in entrata e pericolosa per la stabilità politica, ed arma in uscita;
2. Lo fa per limitare la voglia di stato dei colossi del web, bramosi di farsi una moneta, di monopolizzare i dati, di invadere la privacy, e di cadere in altre tentazioni…
ADDIO FONTI ESTERE
Dal punto di vista del “processore umano”, l’individuo che quotidianamente cerca, seleziona ed elabora informazioni, notizie e contenuti, la chiusura delle frontiere informative ora rappresenta due fenomeni:
- la netta diminuzione della massa informativa disponibile;
- l’estromissione altrettanto netta dalla disponibilità di molte fonti estere.
La chiusura delle frontiere informative limita quindi la circolazione di dati e notizie, ma anche di letture ed opinioni, contenuti e idee, valori e modelli di vita colpiti da una polarizzazione politica crescente ed anche disordinata.
Un esempio è la Tunisia, dove pochi giorni fa il Ministero della Giustizia ha annunciato l’apertura di indagini penali nei confronti di chi produce o diffonde foto, dati, video contro la buona morale ed i suoi valori.
LA GUERRA INFORMATIVA ATTIVA
Ha senso oggi e quanto funzionerà vietare il frutto proibito della libera informazione, una volta che il mondo – salvo rarissime eccezioni, come la Corea del Nord – l’ha già assaggiato, in questi anni di comunicazione digitale senza controlli?
Possiamo fare due ipotesi, che arrivano alla stessa conclusione.
La prima è quella delle merci: oggi gli embarghi sui prodotti funzionano fino ad un certo punto, perché si trovano paesi terzi attraverso cui farli passare. Così le informazioni attraverseranno i confini con canali alternativi, passaparola, narrazioni d’altro tipo.
La seconda è quella della Guerra Fredda, in cui l’Occidente ha combattuto le restrizioni con misure attive, usando radio, televisioni, stampa clandestina ed infiltrando giornali, associazioni politiche, fondazioni; non solo nella DDR e non solo scrivendo la verità.
Se dunque è guerra informativa, la difesa non è l’unica opzione.